Scienza e conoscenza beni comuni – rimandi

di MARIO CAPANNA
Presidente Fondazione Diritti Genetici

Il più lungo dibattito telematico, su temi scientifici, termina dopo un anno.
La FDG esprime profonda gratitudine alle decine di illustri personalità – scienziati, filosofi, ricercatori, economisti, giuristi, studiosi di etica, giornalisti – che hanno animato il confronto, apportandovi ognuno contributi di spessore elevato, mettendoci, per così dire, il nome e la faccia: qualità rara, oggi, dato il conformismo imperante.
Lo stesso vale per gli interventi di singoli cittadini, a riprova dell’interesse suscitato. Il patrocinio, che l’iniziativa ha ricevuto, da parte della Commissione Europea, del Senato della Repubblica, delle Regioni, delle organizzazioni agricole, della moderna distribuzione, di organismi del “terzo settore”, e l’apprezzamento manifestato dal Presidente Giorgio Napolitano testimoniano l’attenzione suscitata anche sul piano istituzionale, al di là di quello sociale e culturale.
Oltre l’importanza dei contenuti, è degno di nota che il dialogo abbia coinvolto credenti e laici, donne e uomini di “sinistra”, di “centro”, di “destra”. Liberi pensatori interdisciplinari che hanno dimostrato come, quando vengono messi in rilievo i grandi temi del presente e del futuro – al di là di recinti di appartenenza e di prigionie ideologiche – possono crearsi convergenze profonde, che superano pregiudizi e cristallizzazioni.
Una innovazione importante, di metodo e di sostanza, foriera di sviluppi positivi, tanto per la scienza quanto per la cultura (e anche per la politica).

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Scienza e Democrazia tra diritti e doveri

di GUSTAVO ZAGREBELSKY
Giurista, già Presidente e Giudice della Corte Costituzionale

1. “Decidere noi della scienza”. Questo sembra uno dei punti-chiave sul quale si chiede un approfondimento. “Noi” significa l’insieme dei cittadino che, in democrazia, hanno il diritto di deliberare sul modo d’essere della società. L’obiettivo polemico è la scienza che decide per noi, al posto nostro, privandoci del senso più profondo della democrazia. Chi deve modellare le nostre società? La tecnologia, cioè la scienza alleata all’economia, o l’economia alleata alla scienza, le quali si alimentano reciprocamente, avendo come fine l’incremento della conoscenza scientifica e lo sviluppo economico attraverso le inevitabili applicazioni pratiche delle conoscenze scientifiche?
L’esuberanza di beni e servizi riversati sul mercato, l’alimentazione dei desideri di massa, l’adeguamento degli stili di vita alle esigenze di consumo e smaltimento, finiscono per essere le forze determinanti i caratteri delle società. La politica e il diritto ne risultano annichiliti. Il loro compito diventa esecuzione, sostegno, al più accomodamento, quando il meccanismo s’inceppa.
Quando si parla di nichilismo, s’intende proprio questo: che le funzioni sociali alle quali per secoli si attribuiva il compito di determinare i caratteri delle società, sono degradati a servi di forze e movimenti più grandi di loro.
La scienza e l’economia ci si presentano oggi come nemiche della democrazia. Questo è un gravissimo problema. L’espressione citata all’inizio sembra voler indicare la necessità di rovesciare i termini: la scienza serva della democrazia. La tesi delle considerazioni che seguono potrebbe sintetizzarsi così: né padroni né servi, ma alleati; partecipazione sulla base della conoscenza.
Occorre buona democrazia e buona scienza, dove “buona” sta a significare consapevolezza dei propri diritti e dei propri doveri, con il rispetto dei reciproci limiti. Per sviluppare questa idea, propongo di partire da una vicenda lontana nel tempo e nello spazio, che può assumersi come apologo dei pericoli del nostro tempo.

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Diritti all’innovazione: scienza e democrazia complici dello sviluppo


di SIMONA GALASSO

Giornalista, responsabile comunicazione e ricerche sui media-FDG

“Tanto la scienza ha oggi bisogno della democrazia, quanto la democrazia ha bisogno della scienza”. Così il filosofo Umberto Cerroni, scomparso nel 2007, concludeva un suo scritto, pubblicato postumo, sul binomio scienza-democrazia, in cui sottolineava l’enorme progresso fatto da entrambe nel corso del XX secolo e l’errore di chi, continuando a denunciare l’insufficienza dell’una e dell’altra, ne mette in luce i limiti a discapito degli aspetti positivi.
E’ vero, il XX secolo ha visto il grande e parallelo sviluppo della scienza e delle istituzioni democratiche, in un processo cominciato a partire dal XVII secolo di cui è opportuno non dimenticare mai la consistenza teorica e pratica e l’enorme patrimonio in termini di valori politici, sociali, culturali e civili che ha determinato; ma è altrettanto vero che è proprio quel progresso della democrazia di cui il filosofo sottolinea lo sviluppo parallelo a quello scientifico che legittima la possibilità di analizzare criticamente alcuni aspetti della stessa scienza e di chiedere alla ricerca non certo di auto-censurarsi o autolimitarsi ma di aprirsi maggiormente alla società e ai suoi bisogni. Cerroni temeva che interrogarsi sui limiti della scienza potesse autorizzare l’aspirazione a “protesi cognitive” e che sottolineare l’incapacità della scienza in alcuni campi legittimasse la capacità di altre forme di conoscenza o addirittura un “sostanziale ritorno alle tradizionali dipendenze della ricerca scientifica dalle varie metafisiche, teologie e ideologie”.

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