Scienza e democrazia: il dibattito si apre al pubblico

A chi appartiene la scienza? A chi la fa, a chi la finanzia, a chi ne fruisce?
Oggi discutere di scienza e democrazia sembra quasi un lusso che non possiamo più permetterci, eppure mai come adesso, un’età storica dominata dalla tecnica – e dai tecnici – appare opportuno riflettere sulla necessità che i cittadini siamo maggiormente coinvolti nei processi decisionali della scienza.

Il 19 gennaio scorso abbiamo dato il via a un dibattito che ha già coinvolto tanti illustri ricercatori, giuristi, teologi, filosofi, storici, economisti.

Da oggi il dibattito viene aperto anche al pubblico, che potrà inviare i propri commenti, contributi, proposte sul rapporto scienza-democrazia.

Gli interventi già pubblicati hanno aperto vari fronti di riflessione, dalla critica allo scientismo al rapporto scienza-etica, dalla partecipazione democratica al primato della politica nelle scelte che riguardano scienza e tecnica, dalla gestione del rischio alla necessità di incrementare la ricerca scientifica pubblica.

Al centro del confronto c’è la necessità di democratizzare la scienza e promuovere la partecipazione dei cittadini e dei consumatori alle scelte sull’innovazione, soprattutto in quegli ambiti – alimentazione, salute, energie, ecc. – che li riguardano più da vicino.  Il modello su cui i partecipanti al dibattito sono invitati a riflettere è quello della “ricerca partecipata”, un processo già applicato con successo in Canada e in Francia che permette ai cittadini di intervenite nei processi decisionali della scienza.

Insomma, chi deve decidere della scienza quando la scienza riguarda tutti?

Partecipa al dibattito
La mappa dei temi

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Epistemocrazia


di NADIA URBINATI
Docente di Teoria politica, Columbia University

“La scienza decide della nostra vita, ma noi non possiamo decidere della scienza: è, questo, uno dei più assurdi paradossi moderni.” In questa citazione dal testo di Mario Capanna, “Scientismo, scienza, democrazia”, é incapsulata la relazione conflittuale/cooperativa tra sapere e decidere. Non la definirei un paradosso però, e nemmeno un paradosso moderno. Nel Protagora, il sofista democratico che dà il nome al dialogo platonico controbatte a Socrate, il quale accusava la democrazia di dare il potere di decidere agli inesperti, dicendo che, ovviamente, l’assemblea dei cittadini non si sogna neppure di decidere su come si costruisce una nave; ciò che fa e vuole fare é decidere se e quando sia necessario costruirla, delegando a chi ha il sapere tecnico la realizzazione di quella decisione. Il potere del dire e il potere dell’eseguire sono diversi benché cooperanti, ma sotto l’egida del primo, che é luogo del discorso e della decisione collettiva.

Non si deve intendere questa risposta di Protagora come la giustificazione del dominio della comunità che decide per consenso e conta dei voti sulla comunità che segue ragioni di scienza. Gli scienziati non attendono il parere della comunità politica per studiare e ricercare. Le costituzioni sono uno scudo protettivo per tutti, per chi ha cose futili da dire come per chi ne ha di vitali e importanti per tutti. Ma é evidente che il tema della libertà cambia se entra in gioco l’uso di strumenti intermedi, dei quali molta scienza ha un bisogno vitale e che richiedono risorse economiche. Le risorse e il loro governo sono l’oggetto del problema politico.

Ma c’è altro ancora, se si presta attenzione alla disputa odierna circa il potere della scienza, e la retorica scientista della quale in alcuni casi gli studiosi di scienza si servono per reclamare un ruolo determinante della conoscenza scientifica sulla vita in tutte le sue forme. Lo ha spiegato Jürgen Habermas sollevando il problema della legittimità dell’interferenza della morale e della politica in una sfera della ricerca scientifica che ha dirette implicazioni sulla determinazione artificiale della vita umana. Si dovrebbe, avremmo anzi un dovere, interferire in questa libertà perché in gioco c’è la forma-vita stessa. Questo è il messaggio di Habermas. L’hubris della scienza più che lo scientismo positivista è il problema – un eros smodato per gli esiti creativi della conoscenza e della tecnologia che si incontra facilmente con un eros altrettanto smodato per il profitto e il successo. Il potere della conoscenza scientifica, del metodo conoscitivo che rivendica l’avalutatività è la versione contemporanea dello scientismo che desta giustificata preoccupazione. La questione in gioco, però, non è la conoscenza ma il potere – la competizione con la democrazia o la politica è quindi non sul sapere ma sul decidere. E la rivendicazione che il sapere è il passaporto legittimo per la decisione è la sfida alla democrazia. Insomma, siamo di nuovo di fronte al problema posto da Platone della Repubblica.

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Scienza, tecnica e democrazia


di VALERIO ONIDA 

Giurista, già Presidente e Giudice della Corte Costituzionale, Docente Università degli Studi di Milano

1. Scienza e tecnica

La democrazia – intesa come democrazia “costituzionale”, non come semplice tecnica di decision making – riguarda le regole fondamentali dell’assetto sociale, e cioè, da un lato, i beni individuali e sociali da salvaguardare, promuovere e diffondere, dall’altro i modi in cui nella società si adottano le decisioni che influiscono  sulla realtà o sulle condotte degli individui, anche diversi da quelli che le adottano. Se una decisione riguardasse e influenzasse solo il soggetto che la prende non dovremmo parlare di democrazia ma di semplice autodeterminazione. Solo che nella vita concreta della società moltissime condotte, se non tutte, anche condotte semplicemente omissive (non fare qualcosa che in quella stessa circostanza si potrebbe fare), hanno influenza non solo sull’agente (o sul non-agente) ma anche su altri, e quindi hanno una valenza “sociale” e possono essere oggetto di processi “democratici”.
La scienza (in particolare le scienze della natura) ci consente una conoscenza progressiva del mondo intorno a noi, dei fenomeni che lo attraversano, delle sue “regolarità”; spesso ci consente anche di capire connessioni che prima ci sfuggivano  fra ciò che accade o che si fa accadere e gli esiti o le conseguenze che ne derivano, e quindi ci consente di prevedere ciò che accadrà o potrà accadere. Le “leggi” scientifiche non sono che espressione delle regolarità conosciute. Benché il termine usato sia lo stesso, le “leggi” di cui la società si dota quando si organizza sono tutt’altra cosa dalle “leggi” scientifiche: queste sono espressione di regolarità constatate, mentre le prime sono espressione di “dover essere”, e dunque tentativi di “determinare” l’andamento e lo sviluppo della vita sociale. Esse non si esauriscono nel conoscere, ma pretendono di influire. Dunque richiedono di individuare i fini cui si tende, e la scelta dei fini non è oggetto di conoscenza, ma di volontà.
La scienza, di per sé, non ha altro finalismo intrinseco se non quello conoscitivo. Non ha altri fini che aumentare la conoscenza, e l’aumento della conoscenza, individuale e diffusa, in linea di massima è sempre un “bene” per l’uomo (essere dotato “di ragione e di coscienza”, oltre che chiamato ad agire “in spirito di fratellanza”: art 1 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo) e per la società. Il “progresso” della scienza in quanto tale è solo aumento o perfezionamento di conoscenza.
Non c’è dunque di per sé una scienza buona e una scienza meno buona. La scienza può solo essere “onesta”, cioè non spacciare per vero ciò che non lo è (falso scientifico) o per “sicuro” ciò che non lo è (eccesso di “presunzione” della scienza).
Ci può essere una “politica della scienza” solo nel senso che individui e società possono decidere di porre energie e risorse, in quantità e tipologie variabili, al servizio della ricerca scientifica, al fine di consentire e promuovere l’aumento delle conoscenze, in questo o in quel campo: non nel senso che si possa o si debba orientare “politicamente” il risultato della ricerca. Per converso, la scienza offre conoscenza, non indica ciò che è bene e ciò che è male per l’uomo e per la società, ma solo consente di conoscere meglio la realtà in cui individui e società si muovono perseguendo i propri fini.
La tecnica, invece, è creazione e utilizzazione di strumenti e di processi  per “fare”, per conseguire determinati effetti di trasformazione della realtà attraverso il consapevole intervento umano attivo su di essa. Si basa su conoscenze, ma non è mai solo conoscenza. La tecnica ci offre strumenti sempre più perfezionati per intervenire nel mondo degli uomini e delle cose, per attuare trasformazioni: quindi ci rende più “potenti”, più in grado di influire sul mondo intorno a noi.
La tecnica può essere efficace o meno efficace, in rapporto alla maggiore o minore capacità di determinare gli effetti perseguiti. Il “progresso” della tecnica riguarda l’adozione di nuovi più efficaci strumenti o il perfezionamento o le nuove applicazioni di quelli esistenti. Poiché riguarda trasformazioni e non solo conoscenza della realtà, la tecnica ha sempre un suo finalismo, che riguarda la scelta dei contenuti, dei modi e delle direzioni in cui si determinano o si possono determinare tali trasformazioni.
Essendo strumento per determinare una trasformazione dell’esistente, la tecnica può e deve essere valutata – cioè può essere “buona” o meno buona – sia in rapporto al giudizio che si dà sulle trasformazioni della realtà che essa di fatto realizza in quanto usata e applicata – quelle che sono direttamente oggetto dell’intervento “tecnico” -; sia in rapporto alle trasformazioni che si determinano o potrebbero determinarsi nella realtà, per effetto delle prime, anche a distanza di tempo o in luoghi diversi da quelli in cui l’intervento ha luogo. Inoltre, per lo più, le “trasformazioni” della realtà che la tecnica consente di realizzare sono suscettibili di essere indirizzate e utilizzate per i più diversi fini. Cioè la tecnica può essere e di fatto spesso è “neutrale” ma non lo è mai lo scopo – individuale o sociale – per il quale essa viene impiegata.
La realizzazione e soprattutto l’impiego delle tecniche può dunque essere ed è di fatto oggetto di “politiche”, che riguardano non solo la promozione di strumenti sempre più efficaci (che accrescono la nostra “potenza”: il progresso tecnologico) ma soprattutto i fini per i quali essi sono impiegati (classico l’esempio della fusione nucleare). Impadronirsi di nuove tecniche, renderle più efficaci, impiegarle e promuoverne l’impiego su più o meno larga scala, e soprattutto indirizzarne l’impiego a questo o quel fine individuale o sociale sono altrettanti oggetti di scelte “politiche”, che toccano dunque la democrazia nel senso ampio che s’è detto.
Anche la scienza – almeno quella sperimentale – si avvale spesso di tecniche. L’esperimento scientifico si compie quasi sempre applicando qualche tecnica che incide sulla realtà trasformandola, sia pure in modo e con l’intento  di consentire una osservazione e una conoscenza migliore dei fenomeni osservati. In questi casi l’attività scientifica non è più soltanto foriera di nuova conoscenza, ma, al di là di questa, produce – sia pure “strumentalmente” – effetti di trasformazione della realtà, che devono essere valutati in sé e non solo in rapporto all’aumento di conoscenza che la sperimentazione eventualmente consentirà. Qui si pongono i noti problemi dei limiti delle sperimentazioni sull’uomo, sugli animali, in certa misura sulla natura.
Ma molto più ampi sono i problemi politici posti dall’utilizzo delle tecniche per finalità non puramente scientifiche, cioè quando le trasformazioni della realtà che lo strumento tecnico consente sono utilizzate o possono essere utilizzate per fini che vanno al di là della pura conoscenza, allo scopo cioè di influire sulla realtà modificandola. Qui divengono decisivi sia i fini immediati perseguiti da coloro che impiegano o sono in grado di impiegare la tecnica (ad esempio produrre determinati beni in quantità maggiore o con maggiore efficienza); sia gli effetti non direttamente voluti ma conseguenti all’impiego della tecnica (ad esempio le ricadute ambientali di un processo produttivo), sia infine il controllo sui soggetti che possiedono e sono in grado di utilizzare le tecniche, e quindi, di fatto, di determinare i fini per i quali esse vengono impiegate e gli effetti sociali del loro impiego (ad esempio, attraverso la regolamentazione dell’uso esclusivo o meno delle “invenzioni”, con la disciplina dei brevetti).

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