“L’importante è il prodotto, non la tecnologia con cui è stato ottenuto”.
Questo impegnativo principio è stato proclamato (nel luglio 2011), senza alcun dubbio di incertezza, da uno dei massimi biotecnologi italiani (determinante, fra l’altro, nella decodificazione del genoma della vite, impresa ragguardevole): in un contesto pubblico e altamente qualificato, dove il confronto verteva sulle biotecnologie, riguardanti in particolare l’agroalimentare.
Senz’altro non si tratta del primo caso di uno scienziato che teorizza l’ “indifferenza” della tecnologia rispetto al suo risultato: e, quel che è peggio, di certo non sarà l’ultimo.
Fu facile contraddirlo con un esempio: l’energia elettronucleare. Se il popolo italiano ha respinto con ben due referendum (1987 e 2011) l’installazione di centrali atomiche nel nostro Paese, è perché ha ritenuto inaffidabile, troppo costosa e pericolosa la tecnologia nucleare finalizzata a produrre elettricità.
Vuole, ovviamente, l’energia elettrica, ma derivante da altre fonti – e, dunque, da altre tecnologie – possibilmente rinnovabili e comunque alternative al nucleare.
Il cittadino comune ha afferrato con semplicità ciò che lo “scienziato” non riesce a vedere: la inscindibilità del rapporto mezzo-fine.
Come non cogliere che, nel campo delle bioscienze, questo nesso è parimenti – se non maggiormente – stringente e ineludibile?




