di Romolo Perrotta
Ricercatore, Università della Calabria
1. Premessa maggiore..
La sollecitazione di Mario Capanna a ridare spessore al significato autentico della parola “scienza” e all’“agire scientifico”, con le conseguenti implicazioni che tale operazione sortirebbe su una nuova, possibile, più compiuta democrazia, pare radicarsi sul terreno dell’ovvio, di ciò che va da sé, che non potrebbe essere altrimenti. Eppure, la stessa ovvietà perde di consistenza allorché si confrontano talune condotte umane – fortemente assistite o sostenute, addirittura, da autorevolistrutture normative – con quanto reclama invece per sé il buon senso comune: sarebbe infatti “ovvio” coltivare (che significa impiantare, prendersene cura e raccogliere) arance per poi mangiarle, piuttosto che macerarle in virtù di una regola di mercato; come sarebbe “ovvio” impiegare risorse, intelligenze ed energie per aiutare l’umanità a tenersi in salute, piuttosto che per costruire strumenti che la distruggono. Ma quando – di questo passo – l’ovvietà finisce per lambire l’ingenuità, allora siamo già evidentemente nel vivo della questione posta. Di fatti: “ovvio” è ciò che “ci sta davanti”, che “si trova facilmente”; per i tedeschi è ciò che “si comprende da sé” (selbstverständlich), dove la comprensione è tanto l’afferrare concettuale quanto la capacità di contenere, di prendere-dentro, per l’appunto. E ciò che si comprende da sé è già contenuto nel suo mero apparire, non necessita di spiegazioni, delucidazioni, chiarimenti. Invece, si dà il caso che noi reputiamo conoscenza soltanto ciò che richiede uno sforzo, una elaborazione concettuale: le arance che devono andare al macero, la costruzione di strumenti di morte. Quanta sapienza economica e quanta intelligence si celano dietro questi due atti apparentemente volgari! Solo all’ingenuo potrebbe apparire sciocco il darsi da fare di ruspe che, distruggendo arance, stanno in verità equiparando il guadagno di una nazione all’altra, all’interno della comunità europea; oppure insensato e stupido l’incedere marziale di un soldato nella parata, che invece è pronto a difendere da ogni nemico. E tuttavia “ingenuo” (= “di certa paternità”), manco a farlo apposta, significa lo stesso di “genuino” (= “verace, schietto, naturale”). E allora cos’è, veramente, “conoscere”: arrivare a comprendere e dare un senso alle più pacchiane contraddizioni della civiltà, oppure tenersi all’interno della propria paternità?
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