di MARIANO BIZZARRI
Professore Ordinario di Biochimica, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
Presidente del Consiglio scientifico dell’Agenzia Spaziale Italiana
Caro Mario,
ho letto attentamente il tuo saggio che condivido nello spirito e nel suo slancio. Alcune osservazioni credo però siano opportune per meglio contestualizzarne la critica e individuare come contrastare concretamente la deriva scientista che giustamente viene messa sotto accusa.
Consentimi alcune riflessioni schematiche:
1. La tua analisi muove da posizioni che sono quelle classiche della filosofia politica. E come tale si articola su categorie che fanno riferimento al rapporto scienza-democrazia, tecnologia-potere politico e più in generale leggono il tema dello scientismo all’interno della dialettica tra poteri che informa di sé una società strutturata e complessa. Tale approccio è legittimo ma non esaurisce la questione, dato il carattere proteiforme e stratificato delle relazioni che intercorrono tra la scienza e il potere politico in tutte le sue espressioni: organizzazioni di massa, organi dello stato, assemblee elettive etc…. I temi posti dalla “tecno-scienza” vengono declinati in riferimento alle esigenze più diverse (tutela della salute, ambiente, sviluppo produttivo etc…), coinvolgendo livelli differenti sui quali si articola la partecipazione alla res publica. A quale livello si situa (dovrebbe situarsi) il luogo di mediazione e di verifica? Quale è il contesto istituzionale chiamato a dirimere sulle contraddizioni cui fai riferimento? Per considerare un esempio concreto, valga per tutti il caso degli OGM, discussi e normati in corrispondenza di livelli diversi (assemblee regionali, nazionali ed europee), che pur tuttavia non hanno saputo tra loro né dialogare né trovare momenti di sintesi. Di regola abbiamo potuto assistere a come enti diversi abbiano finito con l’assumere posizioni e decisioni diametralmente opposte, ingenerando confusione legislativa e smarrimento nell’opinione pubblica. In altre parole, siamo sicuri che la articolazione della democrazia attraverso gli assetti che ha saputo darsi possa poi concretamente dare una risposta e confrontarsi nel merito delle contraddizioni sollevate dalla “tecno-scienza”?
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Probabilmente manca un ambito specifico entro il quale dibattere della questione e che disponga dei mezzi – legislativi e culturali – indispensabili ad assumere poi le necessarie decisioni. Una sorta di “Agenzia della Scienza”, così come esiste quella per l’Agroalimentare o lo Spazio. Invero, la democrazia non si esaurisce nei suoi organi “istituzionali”, per quanto rappresentativi essi possano essere. C’è tuttavia da dubitare della bontà del giudizio che i cittadini, in quanto tali, possano maturare su argomenti di tal fatta, considerando sia lo stato di analfabetismo scientifico di massa tuttora perdurante, sia la facile manipolabilità del consenso per il tramite di una informazione mediatica che è per lo più carente, inadeguata e tendenziosa. Peraltro nutro molti e fondati dubbi sulle virtù taumaturgiche che potrebbero scaturire dal pronunciamento delle masse, come del resto mi sembra emergere dalla vicenda dei recenti referendum. In sintesi: i luoghi di formazione del consenso politico, così come sono venuti istituzionalizzandosi in Occidente, non danno oggi garanzie che questioni di tal fatta possano essere affrontate con la competenza, il rigore e il tempismo richiesti.
2. Tutto questo è vero perché probabilmente la prima fondamentale ed irrinunciabile critica allo “scientismo” dovrebbe muovere da un contesto epistemologico e filosofico che ne metta a nudo le irrisolvibili contraddizioni. In parte hai fornito spunti e suggerimenti che vanno in questa direzione. Li reputo, tuttavia, insufficienti e, soprattutto, carenti in una specifica accezione. La pretesa di ridurre la natura a strumento produttivo, considerando la scienza come il presupposto indispensabile allo sviluppo della tecnologia costituisce il cuore di una visione del mondo che nasce dentro la incipiente industrializzazione capitalistica dell’Europa, ma che si sviluppa all’interno dell’Illuminismo. Fatte salve le debite eccezioni (come quella rappresentata da Diderot), dalla fine del 1700 in poi la concezione salvifica della scienza, considerata come unica depositaria della verità finirà con l’imporsi prima a livello intellettuale ed infine, come accade oggi, nell’immaginario collettivo. Sulla scia di Laplace, Comte ed altri divulgheranno la favola bella di una scienza capace di apportare di per se stessa soluzione ai problemi materiali, esistenziali e spirituali dell’Umanità. Qui non si tratta solo di smascherarne la pretesa neutralità, ma di ridiscuterne i fondamenti epistemologici, fondati sulla insostenibile pretesa di “ridurre” la complessità alla dinamica lineare e semplice di interazioni deterministiche soggette a previsione. E’ il determinismo scientifico, avvalorato dal determinismo filosofico, ad aver alimentato la fallace illusione di poter programmare e quindi controllare la direzione e la portata degli interventi che la società si apprestava a compiere sulla (e contro) la Natura. Ma questa pretesa ha trovato i propri campioni non solo tra i difensori del capitalismo arrembante, ma altresì in tutto quel filone di pensiero che nasce con il marxismo. Non è forse nell’Ideologia tedesca (1848) che viene ricordato con tono spocchioso che “i filosofi hanno finora cercato di comprendere il mondo: è venuto ora il momento di trasformarlo”. E’ non è forse Lenin che in Materialismo ed Empiriocriticismo afferma perentoriamente che “riprodurre un fenomeno equivale a conoscerlo”?. Gli effetti nefasti di questa posizione totalitaria e i danni prodotti nel corso di settant’anni di “socialismo reale” sono sotto gli occhi tutti. Credo che il saggio non possa esimersi dall’affrontare con chiarezza questo aspetto: ovvero come gli epigoni del capitalismo più retrivo abbiano trovato impensabili sodali proprio in coloro che apparentemente gli si dovevano contrapporre.
3. La limitazione dello scientismo affonda le proprie radici all’interno stesso della dinamica di crescita della conoscenza scientifica che, grazie soprattutto agli sviluppi della termodinamica dei sistemi dissipativi lontani dall’equilibrio (Prigogine), ha contribuito in modo determinante alla crisi del paradigma determinista. La complessità del mondo vivente e la sua irriducibilità all’interno di un modello basato su interazioni lineari prevedibili, hanno aperto la strada a nuove discipline (come la Systems Biology, la Teoria del caos etc..) che muovono una critica radicale alle pretese egemoniche su cui si fondano i sogni (o gli incubi) della tecno-scienza. Credo che questo aspetto sia insufficientemente dibattuto nel saggio (come sai, ne ho parlato a lungo nel mio Quel gene di troppo, che ora esce in inglese, completamente rivisitato). E’ opportuno però tenerne conto, per sottolineare con più forza come la critica allo scientismo nasca all’interno stesso della scienza che, come viene giustamente ricordato nel saggio, apporta verità per approssimazione successiva e difficilmente giunge a quegli assoluti cui ci aveva abituato Aristotele.






