di Luca Nolasco (Dottore di ricerca in “Discipline Storico-Filosofiche” Università del Salento)
e Pierluigi Parisi (Medico)
La diagnosi dell’organizzazione mondiale oggi è la seguente e si basa su due fattori: la
pluralità di visioni del mondo, l’unicità del mezzo atto alla realizzazione delle visioni del mondo.
Nel villaggio globale nel quale ci troviamo l’informazione ha assunto una velocità talmente alta da annullare le distanze territoriali. I mezzi di comunicazione hanno annullato gli spazi, o meglio la percorrenza degli stessi, ai quali la specie umana era abituata da millenni. In pochi anni assistiamo alla rivoluzione comunicativa.
Il numero di stimoli informativi nel mondo è aumentato sia per la quantità che per la
frequenza in un dato lasso temporale.
Tutto questo bagaglio informativo porta con sé nuove e sconosciute usanze di popoli che
letteralmente si ignoravano fino a pochi decenni fa da parte delle masse popolari, nuove e diverse visioni religiose, altri paradigmi antropologici, ecc.
Gli autori contemporanei hanno reagito in due modi a tale fenomeno di bombardamento di
informazioni: con uno spaesamento che rasenta il panico o con il diniego.
La paura dell’altro, la problematizzazione del concetto di altro e di prossimo, le tendenze di
chiusura o di aperta curiosità nei confronti di mondi lontani, sono solo alcuni ma essenziali sintomi dell’epoca attuale, nella modalità in cui ci percepiamo e ci rappresentiamo.
Pensare l’altro inimicizia e ospitalità è problema rilevante e sempre fortemente fonte di
sospettosa ambiguità. L’istinto di autoconservazione, nel quale si sono evoluti gli individui singoli e i popoli, porta a centrare oggi il problema della sicurezza.
Il mezzo che più di ogni altro può assicurare, cioè procurare sicurezza, è tutto l’arsenale
tecnico (e anche ma non solo tecnologico) presente sul pianeta terra. Questo si è prodotto
filialmente dal linguaggio più asettico e formale a disposizione dell’uomo: quello matematico e fisico. Il grado di astrazione simbolica di tale linguaggio e la presa diretta che tale linguaggio ha oggi sulla realtà nel dominarla, ha favorito l’esportazione planetaria dello stesso. La tecnica è il mezzo più potente per la garanzia della sicurezza.
Gli autori contemporanei più attenti hanno messo in luce come questo mezzo, unico per il suo essere “il più potente”, è ciò che è più ambito. Severino dice: «non si vuole essere potenti per essere matematici e scientifici, ma si vuole essere matematici e scientifici per essere potenti. [..]
Come incremento indefinito della potenza, la tecnica è proprio questo continuo e indefinito
trascendimento di ogni stato di potenza che essa sia riuscita a raggiungere»(1).
La sicurezza è in funzione del coefficiente di appropriazione del mezzo tecnico da parte dei
vari schieramenti che si trovano affiancati in un mondo contratto a punto e a istante: quindi il mezzo tecnico è ciò a cui tendono e devono necessariamente tendere gli sforzi delle parti. Si ha un’inversione del ruolo della tecnica, da sempre pensata come mezzo è divenuta il fine dell’agire delle fazioni umane. È fondamentale riflettere bene sul fatto che differenti parti del mondo contendano lo stesso mezzo.
La tecnica sarà riportata alla dimensione di mezzo solo in due modi: o una fazione egemonizza tutto l’orizzonte planetario oppure le varie tessere del mondo si armonizzano
annullando la corsa all’appropriazione del mezzo tecnico perché non più necessario alla sicurezza delle parti. Le due prognosi sono nella loro purezza inverosimili: il primo scenario si avrebbe attraverso l’impiego di una tale violenza che comporterebbe la stessa distruzione del mondo, il secondo scenario auspica una pace e un’armonia globale difficile da pensare.
Il problema reale adesso è: come mantenere gli equilibri geopolitici e come si evolveranno.
Il problema è oggi paradossale nella sua stessa formulazione per diversi motivi: la filosofia e il pensiero sono sempre più di interpreti del mondo e non organizzatori, il mondo economicofinanziario è al servizio della tecnica, la tecnica, per il ruolo che oggi ha, depaupera l’uomo della centralità di coscienza che egli aveva sempre avuto nel corso della storia. Il problema è rilevante e cogente.
Chi può farsi carico della domanda? Quale è il soggetto che potrà farsi carico responsabilmente della risposta?
Occorrerebbe un organo che possa rappresentare le parti del mondo in una visione unitaria.
Sotto quest’arco concettuale, solo sotto quest’arco, si possono e devono porre tutte le domande relative alla produzione e all’organizzazione della conoscenza, ai poteri politici particolari, alle questioni giurisprudenziali insufficienti a reggere il vero confronto globalmente deterritorializzato.
(1) 1 Cfr. E. SEVERINO, Scuola e tecnica, Monte Università Parma Editore, Fidenza 2005.



